La via di Schener, di Matteo Melchiorre la recensione

La via di Schener, di Matteo Melchiorre,
pagine incredibili, memorabili e belle,
con qualche riserva

Ho abitato per qualche anno in Primiero di cui serbo un ricordo dolcissimo, ma anche periglioso e difficile: per mesi l'alluvione del 1966 costrinse all'isolamento la mia famiglia. Avevo casa in Imer. Uscii per ultimo dalla galleria della centrale idroelettrica di Val Noana con l'acqua che mi giungeva quasi a  metà vita. In realtà ho vissuto più a Quero, neo sposo di Nerina: grande nostalgia e un immenso amore per la terra feltrina, erede di un cultura di cui ogni bellunese può andare fiero, di un ambiente reso prezioso dalla città di Feltre, la città più bella e piena di storia del bellunese.
Una premessa per dire che ho riservato a questo periodo delle mie ferie la lettura del  libro di Matteo Melchiorre, La via di Schener, che si presentava ambientato tra il feltrino e il Primiero. Mi promettevo una lettura più attenta.
Dico fin da subito che sarà il libro che più consiglierò.
E' un romanzo che ben potrebbe trovare il suo spazio in libreria nel palchetto delle biografie o in quello di “storia e storie”, come in quello della storia locale, ma a pensarci bene  potrei anche dire  che si presenta come marketing efficace di una particolare figura professionale: lo storico, di cui mostra i limiti insieme alla sua grandiosità e mette in luce anche il piacere che si trova nel lavoro di ricerca. Non basta. Passo dopo passo è cresciuta in me la voglia di ripetere  il percorso segnato da Matteo: La via di Schener è anche promozione turistica di questo  territorio.  Ma  chi non è feltrino può ben leggerlo come un romanzo in cui Melchiorre condensa, in una trama efficace, una dose non secondaria di poesia, di gusto estetico, di capacità di cogliere l'anima delle persone che incontra.
Qualche annotazione prima di proporvi la quarta di copertina.
Per chi ama la montagna bellunese e soffre di una stretta al cuore tutte le volte che passa dal bolzanino al bellunese o dal Primiero al feltrino, ecco un passo del libro 
“Anno 1206  un patto sottoscritto impegna i feltrini a tenere aperto e sicuro le vie e le strade che corrono in Primiero.
21 ottobre 1386, 70 anni dopo fu invece il capitano di Primiero von Sigismondo Starkenberg a lamentarsi della via  di Schener con il vicario di Feltre, Valeriano... Precisò che nella sua giurisdizione si effettuava regolare servizio di cura e sorveglianza e disse di aspettarsi che i feltrini facessero lo stesso”. Ieri come oggi!
Un altro passo per sorridere oggi come ieri:
“Potei toccare con mano come i feltrini avvertissero un che di vagamente scandaloso nell'eventualità di avere a che fare con preti originari di Primiero". (pag.117)
Infine un passo che mi trova in netto dissenso con Matteo Melchiorre:
“In primo luogo mi pare indiscutibile che la piccola città , a parte lo sfondo di montagne, non è  alpina, no e poi no... Feltre è un centro storico in stile veneziano, circondato da un agglomerato urbano in stile veneto... Questa conca chiude il nostro sguardo, rinserra i nostri animi, delimita le nostre esistenze, conforta le nostre paure... (verissimo, ndr). Per uscirne la strada maestra è una. Poco a valle di Feltre c'è un santuario su una montagna: San Vittore è la porta da cui si esce dalla conca verso sud.” 
Qui ha origine l'incapacità politica del Feltrino: è la disistima delle proprie risorse umane ed economiche. No e poi no; San Vittore è la porta per chi viene da Sud, non per chi esce.
Questione di autostima. 
Il popolo feltrino con le mura ha salvato la propria civiltà e le stesse mura furono e sono la piattaforma per volare alto, come Melchiorre scrive a pagina 79
“Il rapace, senza modestia alcuna, ali dispiegate e forme immobili, si beava  di quelle altezze infischiandosi di ogni confine”
Ma è tempo della quarta.
Matteo Melchiorre è uno storico recalcitrante. Innanzitutto, fa il possibile per sottrarsi a quel «racconto ordinato e sistematico dei Grandi Eventi» che per molti, nonostante gli sviluppi della scienza storica negli ultimi cinquant’anni, è «la Storia» tout-court. E per di più, la maschera e la postura dello Storico sembrano stargli male addosso: a leggere questo suo meraviglioso libro (meraviglioso perché fa apparire meravigliose cose comuni e materiali e quotidiane) lo si potrebbe scambiare per un girovago, un innamorato, un sognatore, un cantastorie – o, come direbbe Dario Fo, un «cacciaballe».
In realtà, sotto la svagata andatura della narrazione, il lavoro storico di Melchiorre è ampio, solido e accurato. Ed è grazie a questo serissimo lavoro, sornionamente raccontato come il passatempo di un perdigiorno che, pagina dopo pagina, presenta alla nostra immaginazione e alla nostra conoscenza la vita plurisecolare di due comunità: la città di Feltre sotto e gli abitanti del Primiero sopra: uniti e separati da un passo, lo Schenèr – descritto, a seconda di chi lo attraversava, come «gola stupenda» o «orrido abisso» – che è sempre stato confine e transito insieme, luogo fortificato e cordone ombelicale. Come già nel bellissimo Requiem per un albero, Matteo Melchiorre riesce qui a soddisfare non solo il nostro desiderio di conoscenza, ma anche le esigenze della sensibilità e dell’immaginazione.

Noè Zanette
Libreria Campedel
Quaderni Bellunesi                  

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